Viaggio in Iran – Shiraz, città di festa

Questa è la seconda parte del mio racconto di viaggio a puntate sull’Iran. E’ un viaggio che ho fatto qualche tempo fa, durante il Norouz, il capodanno persiano. Con me c’erano anche i miei amici Kourosh, iraniano, e Jonathas, brasiliano.
Per la prima parte del viaggio, tra Tehran e Karaj, cliccate qui.

Shiraz – Sono le 22 passate ma le vetrine sono illuminate e i negozi rimangono tutti aperti. Nelle strade brulicanti c’è una vitalità mai vista, come un entusiasmo nascosto dietro i veli delle ragazze che comunque non riescono a celare il trucco né dissimulare vestiti eleganti, pantaloni attillati, tacchi alti.
“Gli abitanti di Shiraz sono dei festaioli”, mi dice Kourosh, “Non hanno orari e per loro la vita è tutto un gioco, sono conosciuti per questo in Iran”.

Shapouri Pavilion
Lo Shapouri Pavilion, nel centro di Shiraz

In centro, nel giardino dello Shapouri Pavilion c’è una fontana circondata da aiuole. Davanti all’edificio, decorato con mattonelle, maioliche e pitture, un cantante curdo con un sitar accompagna una canzone struggente:
“ti voglio baciare
ti voglio baciare
e se tu non vuoi lo farò con la forza”
un concetto di romanticismo molto relativo ma nessuno sembra far caso alle parole della canzone: gli avventori del bar al piano terra del padiglione chiacchierano tra loro ai tavolini all’aperto.
“Guarda il bar”, mi fa notare Kourosh.
“Sì”
“Sembra un bar tipicamente occidentale ma ci sono solo succhi di frutta e qualche tè”.
E’ perché qui gli alcolici sono vietati.

Anche nel parco della tomba del poeta Hafez l’atmosfera è vibrante. In questo giardino a nord del fiume c’è tanta gente, benché sia già notte e si paghi per entrare. Vengono a contemplare il tumulo dell’autore che, vissuto nel 1300, è considerato il più grande poeta persiano: si dice che in ogni casa iraniana ci sia un suo libro proprio come c’è un Corano. C’è persino chi viene in pellegrinaggio e si ferma a pregare sulla sua tomba.

La tomba del poeta Hafez, da molti considerato il maggiore poeta persiano
La tomba del poeta Hafez, da molti considerato il maggiore poeta persiano

Siamo arrivati intorno alle 21 all’aeroporto di Shiraz. Ad aspettarci, un uomo sulla cinquantina, la pancia rotonda, gli occhiali a goccia come venuti fuori da un film degli anni ’80 e così anche la maglietta verde scuro a strisce più chiare. Kourosh l’abbraccia con affetto.
Farjad, il famoso amico con cui ha fatto l’università. Me l’aspettavo molto più giovane, in realtà. Io e  il mio amico brasiliano Jonathas ci presentiamo e ci risponde in un francese stentato, ma sorridendo gioviale e al contempo un po’ stanco, “benvenuti a Shiraz”. Subito dopo, prima ancora di varcare la soglia d’uscita dell’aeroporto, si accende una sigaretta.

Un altro giro in auto, poi scendiamo tutti per immetterci a piedi in una stradina laterale. Al piano terra di un palazzo, spoglia, senza una porta né un’insegna, c’è una panetteria.
“Adesso vi facciamo vedere come si fa il vero sangiak, il nostro pane preferito. Guardate” ci dice Amir, nel suo inglese molto povero. Farjad in francese ci dice: “Ormai di questi fornai ne sono rimasti così pochi…un tempo ce n’erano tanti, anzi, un tempo tutti facevano il pane così. Ora chi lo sa dove lo fanno il pane che mangiamo”
Il banco del negozio dà direttamente sulla strada e così si vedono bene i due fornai al lavoro. A terra e nel forno a legna ci sono mucchi di ciottoli grigi. Gli uomini vi poggiano il pane e lo lasciano cuocere. Quando lo tirano fuori le piccole pietre sono attaccate all’impasto, allora vi passano una mano su, come se lo accarezzassero, per farle cadere lasciando i buchi che ne compongono la tipica superficie accidentata. Il nome sangiak deriva proprio da sang, che significa sassolino.
Amir compra tre bei dischi di pane e uno ancora caldo lo mangiamo lungo la strada. E’ buonissimo, incredibile che sia solo pane.

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Farjad arriva in affanno in cima all’ultimo gradino. Dalla balaustra scavata nella roccia della collina si vede l’intera città di Shiraz, lui si affaccia e accende una sigaretta. Guardiamo giù, verso la porta del Corano intorno a cui la vita scorre anche a tarda sera: venditori ambulanti, famiglie, un acrobata vestito in modo buffo, indovini che fanno pescare dal loro pappagallo il tuo futuro in un cestino. Questo era anticamente il principale punto d’accesso alla città.
“E’ bella, vero?” mi chiede.
“Già, è bella” faccio io, guardando il groviglio di strade che si allunga all’orizzonte, le case a due piani, le luci arancioni.

Torniamo a casa intorno all’una di notte. Ci apre la moglie di Farjad, Mandana, e alle sue spalle intravedo la tavola apparecchiata. Ci hanno aspettato fino a quell’ora per cenare. Le donne della famiglia sono tutte in casa, sedute a terra a giocare con le bambine e ridere. Spesso quando gli uomini escono loro rimangono in casa a preparare i pasti e attendere che tornino, un codice di comportamento che sancisce la differenza di genere. La cesura è evidente fin dai 7 anni d’età, quando nelle scuole le classi non sono più miste: i bambini e le bambine vengono separati. Poi spettano loro due sorti relativamente diverse, ma parallele: come le file per i controlli all’aeroporto o i campi sportivi su non si gioca mai insieme.
Ci sediamo a tavola ed è l’inizio di un’allegra serata che durerà fino alle 5 del mattino.

Tavola imbandita, tipico esempio di ospitalità iraniana
Tavola imbandita, tipico esempio di ospitalità iraniana

“Sapete, un tempo qui si faceva un ottimo vino” ci dice Farjad, con un velo di malinconia. “Il vino di Shiraz. I clienti degli alberghi di lusso lo pagavano fior di quattrini per portarne qualche cassa all’estero”.
In sottofondo si sente la televisione turca, una donna senza velo, con larghi pantaloni di seta rossa, canta e balla sinuosa. “E’ musica tipica del periodo pre regime”, mi spiegano, “i primi anni ’70, all’epoca le donne potevano cantare in tv, oggi non più: cantano solo all’estero e la loro musica arriva via satellite”. I canali turchi in teoria non si potrebbero neanche vedere ma tutti in Iran hanno una parabola e li guardano lo stesso. Video musicali e serie tv danno un’idea di libertà.
“Ora il vino non lo fa più nessuno perché come sapete non si può bere alcol”, aggiunge Farjad, “anche se ogni tanto, di nascosto, se ne riesce ancora a trovare”, dice ammiccante.

Persepolis - leone che sbrana una gazzella, secondo qualcuno metafora dell'equinozio
Persepoli, scavi archeologici: leone che sbrana una gazzella, secondo alcuni metafora dell’equinozio

A Persepoli

La sveglia suona tardi in ossequio alle tipiche abitudini di Shiraz. A sentire Farjad, durante il Norouz prima delle 10 non fa giorno: un modo ironico per dirci che prima di quell’ora certo non si può uscire.
Iniziamo a fare un’abbondante colazione. Farjad arriva in accappatoio blu e con una sigaretta in mano.
“Scusate ma io non farò colazione con voi” –dice espirando uno sbuffo di fumo- “ soffro di cuore, meglio mi tenga leggero”.
Noi invece mangiamo un bel po’, e con calma. Su un ottimo sangiak mettiamo del formaggio fresco di diversi tipi, miele, salsa di sesamo e un mix di erbe che si usa spesso durante i pasti. Mi viene in mente, allora, di aver letto che quelle erbe servono a “riequilibrare” i diversi piatti. Nella tradizione gastronomica iraniana ci sono piatti freddi e piatti caldi e vanno mangiati con un certo criterio, in relazione alla propria personalità.

Nella cucina iraniana ci sono piatti “freddi” e piatti “caldi” che vanno abbinati al temperamento delle persone

Per esempio un temperamento passionale, collerico, molto espansivo, è ritenuto “caldo” e chi lo possiede dovrebbe mangiare più alimenti freddi per evitare di incorrere in eccessi pericolosi o in malattie.
“Questa distinzione tra alimenti caldi e alimenti freddi è rimasta come retaggio nella composizione di alcuni piatti – mi spiega Kourosh- e nell’idea che determinati cibi possano fare più o meno male alle persone, a seconda del temperamento. Però non sono regole rigide”.

“Andremo a vedere uno dei principali monumenti dell’impero persiano” ci annuncia più tardi Kourosh, con orgoglio mentre l’auto viaggia verso Persepoli, e aggiunge: “E’ stato il primo impero universale”.
Penso allora a quanto poco si sappia in Europa della cultura persiana e di un impero che è stato così importante per la storia della regione e per quella dell’umanità in generale. Il punto di vista europeo è costituito da una lettura soggettiva e parziale di questa storia. Studiamo a scuola i Persiani come gli avversari dei Greci, il nemico da annientare in guerra. Per quanto le fonti storiografiche di quell’epoca non siano completamente affidabili, è da quelle che da noi in Europa –ma in generale in Occidente- si comincia a costruire il diverso, l’altro. Le sconfitte viste dal lato opposto sono vittorie e viceversa.
Così l’incendio di Persepoli nel 330 a.C. per Alessandro Magno è un successo ma per i persiani fu un momento drammatico.

Alla distruzione da parte dei greci di quello che chiamavano impero achemenide, il primo impero persiano, seguì la conquista dei territori iraniani che molti storici ellenici salutarono con entusiasmo. Al contrario, letture più recenti ammettono che il Macedone distrusse un regno solido per sostituirlo con una struttura di potere instabile, che di lì a poco sarebbe infatti crollata.
Oggi si potrebbe pensare che questi siano meri rimandi a una storia superata e invece hanno inciso sulla nostra visione del mondo, contribuendo a creare il nostro punto di vista eurocentrico.

Il viale che porta al sito di Persepoli è costeggiato da lampioni da cui pendono manifesti con foto dei soldati considerati martiri della guerra Iran-Iraq. Hanno tutti la barba e molti un cappello, qualcuno degli occhiali, un viso aggressivo.
“Anche questo –indica Kourosh- è un modo per ribadire il ruolo dell’Islam e del potere dello Stato e togliere forza all’icona del passato che è Persepoli”. Lo stesso senso che ha, ci spiega ancora, l’imam che guida una preghiera collettiva proprio davanti all’ingresso del sito archeologico.

Visitiamo lentamente, sotto un sole che già sembra estivo. Al sito si accede da una scalinata doppia che porta a una vasta piana da cui si elevano le colonne che rimangono a ricordare questa città monumentale, ancor più spettrali perché circondate dal nulla. Eppure da alcuni dettagli –i bassorilievi minuti o la pianta larghissima di alcuni tempi- si intuisce quale dev’essere stata la grandezza di Persepoli. Quella grandezza preislamica che lo Stato confessionale iraniano di oggi ha paura di ricordare e cerca di nascondere o offuscare attraverso altri simboli (come i martiri o le preghiere dell’imam).
Mi dimentico di questi ragionamenti all’uscita degli scavi, mangiando un sorbetto alla farina con sciroppo di limone, il faludéh.

Faludeh, sorbetto a base di vermicelli di riso con limone e acqua di rose
Faludeh, sorbetto a base di vermicelli di riso con limone e acqua di rose

“Homa (vedi foto più in alto) è l’uccello leone, il simbolo dell’Iran” mi spiega più tardi Farjad mentre guida verso Shiraz “se la sua ombra cade su una persona, quella persona sarà fortunata”.
Eppure in sculture e disegni è rappresentato sempre con un’aria arcigna: sono tortuose le vie della sorte.
Almeno quanto tortuosi appaiono i corridoi del bazar di Shiraz. Ci sono bancarelle in cui si vende di tutto: stoffe, tappeti e veli. Ci sono botteghe straordinarie per numero e colori di stoffe, brillanti, accatastate le une sulle altre. Si trovano anche vestiti coloratissimi, del tutto differenti da quelli che le donne indossano nella vita quotidiana: gonne lunghe e drappeggi, strass, lustrini ma anche abiti più semplici, leggeri e sensuali. Jonathas li guarda con aria confusa:”E questi?” dice “chi li indossa?”
“Sono per le feste in casa”, ci spiega Kourosh.
-continua dopo il mosaico di immagini- 

Più tardi torniamo a casa per cenare.
Mangiamo sul tappeto, un po’ più in fretta del solito, mentre la tv turca trasmette un film in cui le donne sono vestite all’occidentale. La famiglia ride e ci chiediamo perché, Kourosh ci spiega che parlano del vino. All’improvviso esce fuori, come dal nulla, una bottiglia di vino rosso. Ci sembra così surreale, dopo tutti i discorsi di Farjad, che quasi non ci crediamo.
Ma è davvero vino, e lo beviamo insieme sentendo subito l’alcol sommarsi alla nostra euforia. Più tardi beviamo tè con cristalli di zucchero di zafferano. Le bambine ci guardano e ridono, chissà a cosa pensano.

E’ una serata perfetta per partire per Isfahan, in autobus. Da qui continuerà il viaggio in Iran.

-Testi e foto di Riccardo Cavaliere

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