Il panorama

Una coppia contro il centro commerciale

Sulla vita dei coniugi Cecchelin-Lorenzi nell’edificio semiabbandonato, c’è anche questo mio servizio per la Tgr Alto adige.

Alla fine Gabriella Cecchelin e Bruno Lorenzi hanno temporaneamente lasciato il loro appartamento, ma vi faranno ritorno, come spiega Roberto Morelli in questo servizio per il Tg regionale. Questa è la storia di come a lungo si sono opposti a un progetto che non condividevano e a una visione del mondo molto distante dalla loro.

Bolzano – Il palazzo in via Garibaldi 20 ricorda vagamente una grande nave, come a volte accade con edifici di queste dimensioni. Sta incastrato tra gli altri palazzi nella strada, pronto a prendere il largo verso il suo futuro: diventare parte integrante del Waltherpark, il centro commerciale dell’imprenditore austriaco René Benko.

Questa zona di Bolzano è da molti definita come degradata, in una città in cui l’idea di decoro occupa un posto fondamentale, mentre quello del degrado è un timore che, incessantemente agitato, accompagna costantemente il dibattito pubblico. Si imputa, a questo quartiere, la differenza rispetto al vicinissimo centro. Lì, la pulita piazza Walther frequentata da turisti tedeschi, qui, i grandi edifici abitati da migranti, i negozi gestiti da pakistani e il parco della stazione, eterna nemesi. Una distanza su cui la politica ha giocato per mesi, ed era impossibile non pensare al ritratto che Thomas Bernhard fa del quartiere salisburghese di Scherzhauserfeld, “l’orribile, quotidiano difetto estetico” di cui i consiglieri comunali si rendono perfettamente conto, e gli abitanti ne sono perfettamente consapevoli, racconta l’autore austriaco nel libro “La cantina”.

Il progetto Benko

A cambiare il panorama desolante, o dipinto come tale, di questa zona della città, è arrivato il progetto di René Benko, subito da diversi media definito “progetto di riqualificazione” della zona. Il centro commerciale occuperà un grande quadrilatero, e non ci saranno solo negozi ma anche uffici e appartamenti. Una grande operazione immobiliare, iniziata ormai anni fa e di cui ho già scritto nel dettaglio su questo sito.

Dall’estate del 2013, l’imprenditore austriaco ha iniziato a interessarsi al civico 20 di via Garibaldi. Uno dopo l’altro, ha comprato tutti gli appartamenti, una cinquantina. Tranne uno, all’ultimo piano.

L’ultimo appartamento

La pulsantiera del citofono sarà larga un metro, ma gli unici nomi che vi si leggono sono quelli di Bruno Lorenzi e Gabriella Cecchelin. Il palazzo è deserto ed entrando si viene colpiti da un forte odore. Decido di salire a piedi e noto le porte sbarrate e sigillate. Tutti gli appartamenti sono vuoti e per impedire che qualcuno vi entrasse a dormire, li hanno chiusi ermeticamente. Restano aperte le finestre, però: avvicinandomi alle porte chiuse, posso sentire i piccioni tubare nelle stanze vuote. Le serrature originali sono state divelte, lasciando un inquietante buco sulle porte da cui si può vedere l’interno di alcuni appartamenti. Il sole illumina gli spazi vuoti, rende evidente il loro essere disabitati. Ogni rumore, mentre salgo le scale, mi fa sobbalzare.

All’ultimo piano, è facile riconoscere l’unico appartamento abitato: su tutte le altre porte è stato attaccato un foglio con il numero della particella catastale, su quella dei coniugi Cecchelin-Lorenzi, invece, c’è una riproduzione de “Il quarto stato”, il quadro di Pellizza da Volpedo. Bruno Lorenzi e Gabriella Cecchelin mi accolgono con gentilezza, nonostante io non sia il primo giornalista con cui parlano.

“Allora, da dove cominciamo?” chiedo io. “Sediamoci, è una storia lunga” risponde Gabriella, facendomi strada in salotto. Mi raccontano che le prime proposte sono arrivate nel 2013, all’inizio dell’estate. A pensarci ora, sembra passata una vita: sul progetto di centro commerciale di Benko una giunta è caduta, una città si è spaccata, ma alla fine l’iniziativa è andata avanti. A breve verrà fuori dalla carta, trasformandosi in realtà.

“Un intermediario della società di Benko, la Signa, iniziò a fare trattative con tutti i condomini, uno dopo l’altro”, racconta Gabriella, la voce ferma.

Il rifiuto

“Noi, però, aggiunge, abbiamo detto no”. Fa una piccola pausa, poi mi sorride e si fa lei stessa la domanda: “Perché abbiamo detto no?” annuisco lievemente, lei sorride ancora: “Abbiamo detto no perché ci è sembrata una forma di violenza. A quanto noi sappiamo, a quanto ci è stato confermato, questo condominio non rientrava nel piano di recupero urbanistico predisposto dal Comune. E’ stato chiesto politicamente di acquistarlo per svuotarlo di tutti gli stranieri che abitavano qui”.


Abbiamo detto no perché ci è sembrata una forma di violenza. A quanto noi sappiamo, a quanto ci è stato confermato, questo condominio non rientrava nel piano di recupero urbanistico predisposto dal Comune. E’ stato chiesto politicamente di acquistarlo per svuotarlo di tutti gli stranieri che abitavano qui

“A noi -aggiunge Bruno- non andava di avallare una speculazione immobiliare. Siamo stati per una vita impegnati nel politico, nel sociale, nel sindacale…io ho terminato la mia carriera lavorativa come direttore della formazione professionale qui in Provincia, e lei era assistente sociale”.

Molti degli appartamenti, racconta ancora Gabriella Cecchelin, erano dati in affitto a migranti, che spesso vivevano in condizioni piuttosto disagiate, ed erano molti di più del previsto. In altri, invece, vivevano prostitute “era risaputo”, dice Gabriella ironicamente “che avessero il loro ufficio qui”. Nel modo in cui lo dice si coglie che non c’è alcun moralismo, solo un lavoro come un altro. Il marito Bruno Lorenzi finora si è limitato ad assentire ma interviene: “In un appartamento dove in funzione del metraggio ci sarebbero potute stare 4 persone, invece ce ne stavano dentro venti. Insomma, venivano ammassati per ottenere un guadagno superiore: più persone c’erano dentro più uno guadagnava”, sottolinea l’equazione con occhi quasi risentiti.

La presenza di migranti e prostitute per molti non andava bene, dice, ed era vista come sintomo di un degrado su cui intervenire. “E’ stata quasi un’operazione di pulizia etnica”, dice. L’idea era che eliminando le abitazione di queste persone non desiderate, si potessero eliminare le persone stesse. E dare un nuovo volto alla città.

“Peccato”, aggiunge Bruno. “Peccato perché si sarebbe potuto costruire un esempio interessante di convivenza. Eravamo andati anche da alcuni assessori a proporre delle idee, ma senza risposte. Una volta in un’assemblea di condominio da noi erano venuti i senegalesi e ci avevano detto “noi non viviamo bene con voi, voi non vivete bene con voi, parliamoci…” ma poi non si è andati avanti”.

“Non c’era interesse a risolvere il problema”, taglia corto Gabriella. E così hanno convinto con buone offerte gli inquilini.

“A un certo punto, spiega Bruno, dopo che molti avevano già venduto, si era sparsa la voche che se non avessero venduto tutti, la società di Benko non avrebbe più acquistato nulla. E così abbiamo anche subito qualche minaccia. Una volta sono venuti a farci un graffio sulla porta, per esempio”.

“Avete idea di chi sia stato?” gli chiedo.
“Sì, era il figlio di alcuni vicini…l’ho visto. Ma non è importante”.

“E comunque abbiamo sporto denuncia”, dice Gabriella.

Una scelta ideologica

Bruno riprende il filo del discorso: “Sa, abbiamo vissuto a lungo in questo appartamento. Decenni”. Si guarda intorno, le pareti sono adornate da quadri e altri oggetti. “Quelli, dice Bruno indicandoli, sono i nostri ricordi di viaggio”.

“Insomma -interrompe Gabriella, posandogli una mano sul braccio- una parte della nostra scelta è ideologica: rivendichiamo il diritti di rimanere qui. Crediamo che Benko abbia il diritto di fare quello che vuole, quelli che ci hanno deluso sono i politici, il modo in cui tutta l’operazione è stata gestita, considerando i cittadini solo come dei clienti”.

“Per non parlare, poi, del fatto che il megastore in centro non serve a niente”, aggiunge Bruno.

“Le va un caffè?” mi chiede Gabriella. “La ringrazio, non bevo caffè. Ma un bicchiere d’acqua volentieri”

“Va bene, ma le devo dire che non so qui come sia perché in tutto il palazzo la beviamo solo noi. Anzi, abbiamo dovuto far aggiungere un filtro per depurarla, visto che non ci sono altri condomini”. Bevo e in effetti mi pare di sentire uno strano retrogusto, un po’ dolce. Però non dico niente, per una forma di discrezione, mi sembrerebbe inopportuno. Lei, intanto, il caffè lo prepara. Mentre lo bevono mi mostrano l’appartamento. E’ grande, per una coppia che, come loro, non ha figli. Il punto forte è il terrazzino. All’orizzonte si vede il Catinaccio, la catena montuosa che fa da sfondo a Bolzano. Gli italiani la chiamano con questo nome ostile, respingente, mentre per i tedeschi è il giardino delle rose, il Rosengarten, ennesimo aspetto di una città duplice. Guardando in basso, invece, si vede la stazione: da qui è a due passi.

“E come si vive qui, in questo edificio fantasma?” chiedo loro.

“Beh, risponde Gabriella in una risata, non è male: possiamo alzare il volume della musica senza che nessuno ci dica niente e fare tutto quello che vogliamo”.

“Ma non avete paura?”

“All’inizio erano arrivati dei tossicodipendenti, avevano sfondato delle porte. Noi abbiamo chiamato i carabinieri, ma non è che avessimo paura. Certo, quando si permette qualcosa di simile, c’è sempre il rischio di una deriva, per questo poi sono stati mandati via e hanno sigillato tutte le porte”.

“Paura, comunque, non l’abbiamo mai avuta, al massimo qualche rottura di palle” dice Bruno con franchezza, “per via del riscaldamento che per un periodo non funzionava, e delle pulizie che non erano regolari…”.

Una soluzione all’orizzonte

Adesso, comunque, mi spiegano, una soluzione si avvicina: Hager, il rappresentante di Benko a Bolzano, ha proposto loro di lasciare l’appartamento solo per la durata dei lavori, e di ritornarvi una volta che questi saranno ultimati. Loro stanno pensando se ne valga la pena.
La loro condizione mi incuriosisce, e anche il fatto che la accettino con tale naturalezza. Allora insisto, e provo ancora a chiedere: “Voi come vivete tutta questa esperienza?”

“Con un po’ di tensione”, dice Bruno. Naturale, lui ha superato gli 80 anni e lei li ha quasi raggiunti, benché nessuno dei due li dimostri.

“Noi qui abbiamo visto delle violenze, sebbene in una forma sottile”, dice Gabriella. “Le facce, la disperazione di quelli che erano qui, che venivano a chiederci cosa fare. Nessuno ci ha chiesto di difenderli. Però, voglio dire, le sofferenze di questa gente, che non sapeva dove andare…E poi essendo molti senegalesi, gambiani, era difficile trovare un’altra sistemazione. Qui sfruttandoli era diventato un posto adatto. La domenica c’era la preghiera in un appartamento”.


“Noi qui abbiamo visto delle violenze, sebbene in una forma sottile”

“Qualcuno affittava gli appartamenti in nero agli extracomunitari” dice Bruno.

“Ma per noi l’importante è poterci guardare allo specchio ogni mattina, quando ci svegliamo”. A vederli così uniti, dopo decenni insieme, mi viene in mente che per loro guardarsi allo specchio è forse guardare ogni giorno negli occhi dell’altro.

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