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Ormai le chiamano “terre mutate”. Il toponimo è recente, e, sebbene non sia ufficiale, cattura bene la natura di queste zone tra le Marche e l’Umbria: con il terremoto del 2016 sono mutate davvero. Non solo le vite perse, le case crollate, gli edifici distrutti. A mutare sono state persino le montagne, con nuove faglie e frane che tracciano un prima e un dopo anche tra vette che parevano immutabili. Difficili da notare subito, questi ultimi cambiamenti sono evidenti per chi queste cime le conosce bene, come Stefano, che gestisce il rifugio Mezzi Litri. Da qui, a 1300 metri di quota, il monte Vettore è una presenza vicina, quotidiana. Stefano ci indica i punti in cui il terremoto ha lasciato i segni sulla montagna. Al calare della sera ci porta sul versante opposto e ci mostra gli sciami di luci che si vedono nel buio e che sono i paesi e le frazioni: Spelonga, Faete, Arquata del Tronto. “Lì c’è la torre, la vedete?”, chiede. “Vicino c’era il mio forno”. Nella vita di prima, quella di qualche anno fa, Stefano faceva il fornaio. Poi è arrivato il terremoto e, con le terre, ha mutato anche le vite. Stefano Cappelli ha fondato l’associazione Monte Vector e con la compagna Elena Pascolini hanno preso in gestione il rifugio, con l’idea di riqualificare le zone colpite dal sisma e riportare qui un turismo consapevole (a questo link trovate più informazioni sul progetto e sul rifugio).

Stefano ed Elena nel rifugio Mezzi Litri/Monte Vector

In questa gif si notano, invece, gli effetti del terremoto ad Arquata del Tronto (con immagini satellitari di Google Earth).

La salita al Monte Vettore

Il giorno dopo facciamo colazione e partiamo in auto alle 8.10. A Forca di Presta (1.537 mt.) si arriva in 5 minuti, è da qui che parte il percorso per la cima del Vettore. Il sentiero è evidente, largo, facile. La prima tappa è alla sella delle Ciaule, a 2.238 metri, la raggiungiamo in circa un’ora andando di buon passo. Ciaula è una vecchia parola regionale che vuol dire cornacchia o corvo, qualcuno dice sia un termine onomatopeico, dal verso che fanno questi uccelli: cià, cià, cià. Dalla sella si dirama un bivio: a sinistra si va verso il Redentore, la cima più alta dell’Umbria, a destra, invece, verso il Vettore, la più alta delle Marche. Come previsto, prenderemo quest’ultima direzione. Qui stanno ricostruendo il rifugio Tito Zilioli, ci sono degli operai trentini al lavoro con i materiali che sono stati portati in quota in elicottero. La notte precedente li abbiamo incrociati in ostello perché era domenica e si davano il cambio con un’altra squadra di operai. Stamattina sono partiti di buon mattino e sono arrivati prima di noi. Vicino al rifugio hanno costruito un accampamento: è l’unico modo per poter lavorare in vetta.

Da qui si gode di una vista sulla valle sottostante, in cui ci dovrebbero essere i celebri laghi di Pilato. Purtroppo ne rimane solo un’ombra completamente asciutta. Non c’è acqua. Ma il chirocefalo del marchesoni, il minuscolo crostaceo che vi abita, non dovrebbe avere problemi a sopravvivere: le sue uova possono resistere anche due anni, ce l’ha spiegato Elena la sera prima.

Camminando con un buon ritmo, raggiungiamo la cima intorno alle 10.30, dunque a due ore dalla partenza. Anche qui il sentiero è molto semplice, non esposto, e porta a 2.476 metri. La cima è molto ampia (“Ci si può giocare a pallone”, ci aveva detto Stefano, ed è vero). La vista è spettacolare, non più solo sulla valletta dei laghi di Pilato, ma anche sulla cima del Monte Redentore, verso il massiccio della Sibilla e il vicino Monte Torrone. Per qualche metro ci incamminiamo proprio in questa direzione, lungo la cresta. Alla fine decidiamo di tornare sulla cima del Vettore e facciamo una pausa, firmando il libro di vetta.
Iniziando la discesa, ci rendiamo conto che sarebbe un peccato tornare già al rifugio e così, tornati alla sella delle Ciaule, decidiamo di provare ad arrivare alla cima del Redentore.

Dal Monte Vettore al Redentore – la vista sulle terre mutate

Dalla sella delle Ciaule è facile notare il sentiero che porta alla cima del Redentore. Un percorso relativamente breve, di un’ora/un’ora e mezzo in tutto, ma più impegnativo del precedente. Il tratto più difficile è il primo, quello che dalla sella porta alla punta di Prato Pulito. Qui inizialmente il sentiero è ben visibile, ma in seguito ci si deve un po’ arrampicare lungo la parete. Si giunge sulla cima del Lago, il paesaggio è straordinario: da un lato ancora la valle dei laghi di Pilato e la cima del monte Vettore, a sinistra, invece, la vasta piana di Castelluccio.

I laghi di Pilato visti dalla cima del monte Redentore

Anche la punta del Redentore è perfettamente visibile, vi si arriva camminando lungo la cresta in circa 45 minuti. Il percorso all’inizio ci sembra difficile e pericoloso, ma in realtà basta un po’ d’attenzione: il sentiero sulla cresta è sempre piuttosto ampio e ci sono pochi tratti veramente esposti.
Dalla cima del Redentore si osserva bene l´area colpita dal terremoto, le terre mutate: Castelluccio e la piana intorno, gli altri Paesi verso le Marche sulla sinistra.

Dalla cima si torna poi indietro per lo stesso percorso dell’andata. Eravamo a Forca di Presta intorno alle 15, dunque 7 ore dopo la partenza.

Qui il link al percorso completo su una cartina con dislivello e distanza:

https://www.outdooractive.com/it/embed/186904017/js?mw=false

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