L’Idiota (e il moderno)

Alcune riflessioni sulla modernità dell’Idiota di Fëdor Dostojevskij. Le foto sono mie, scattate in diverse visite a San Pietroburgo.

Quando scrisse l’Idiota, Fëdor Dostojevskij aveva poco meno di 50 anni. Era già un reazionario, un conservatore, secondo molti. Eppure la sua scrittura tratta temi che per l’epoca erano ancora nuovi e dibattuti, e lo fa con un taglio progressista, rispetto a parte della letteratura europea del periodo. La questione femminile, per esempio, ma anche la pena di morte, cui Dostojevskij era contrario.

“Alla fine di novembre, durante il disgelo, il treno della linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia si andava avvicinando a tutta velocità, verso le nove del mattino, a Pietroburgo”, questo è l’incipit dell’Idiota. L’atmosfera doveva essere più o meno quella della foto, scattata proprio in quel periodo di novembre.

Proprio nei primi capitoli del romanzo, infatti, il principe Myskin racconta di un uomo che era stato condannato e per un soffio non era stato ucciso sul patibolo, esperienza che rievoca un episodio della vita dello scrittore russo e che trasmette il senso di orrore nei confronti, appunto, della pena di morte.

In che considerazione, invece, Dostojevskij tenga il maschilismo lo si capisce dalle parole che uno dei suoi personaggi, Kolja, dice riguardo al giovanissimo e malato Ippolit:”forse è un pregiudizio che in questi casi uno dei sessi debba essere superiore. Ippolit è un ragazzo eccezionale, ma è schiavo di certi pregiudizi” (p.133-134). Il riferimento è al fatto che la madre di Ippolit fosse l’amante del padre di Kolja. “Io mi vergogno meno – nota Kolja- (…) perché in questi casi il sesso maschile non è disonorato”. L’idea che, nel tradimento, il “sesso maschile” non sia disonorato è diffusa ancora oggi, ma già allora Dostojevskij aveva molto chiara l’idea che questo altro non fosse che un costrutto sociale.

Un tema simile si trova anche nell’episodio di Marie. La ragazza, che il principe Myskin conobbe durante il suo soggiorno in Francia, era stata in passato “disonorata” e poi esposta alla riprovazione del villaggio in cui viveva. La sua storia è narrata con grande attenzione ai dettagli e ha l’effetto di far comprendere al lettore le difficoltà della giovane Marie, mettendolo dalla sua parte e, dunque, implicitamente stigmatizzando il comportamento della piccola società del villaggio nei confronti della giovane. In sostanza, c’è una dote umana in Dostoievskij, che è evidente nel romanziere, ed è l’empatia, che permette di andare molto a fondo nell’animo umano.
Gli unici a comprendere Marie e ad amarla, racconta ancora il principe, erano i bambini, nella loro innocenza, privi di una morale sociale. I bambini e, ovviamente, il principe stesso.

Il fiume Neva, con le luci che illuminano per tutta la notte le fastose facciate dei palazzi.

Il principe Myskin è un personaggio geniale perché, arrivato in un contesto vi porta involontariamente, e, anzi, suo malgrado, scompiglio. Da tutti gli altri personaggi viene percepito come un idiota, ma, ovviamente, non lo è: è ingenuo, sì, e non abituato a mentire e, forse, nemmeno a stare in società. E’ Distante dalle furberie di Ganja, per esempio, ma nella narrazione sono proprio quelle presunte furberie ad apparire troppo umane, frutto di debolezza o di calcolo, quando il calcolo, sembra voler implicare l’autore, non fa parte della vita umana, di per sé imprevedibile. E così, il principe è chiamato idiota solo per un vezzo della società, che stima troppo sé stessa e ne deplora i valori. Al contrario, però, è come se Dostojevskij volesse lasciar intendere che gli idioti sono gli altri.

Insomma, si potrebbe pensare a un Candido di Voltaire, in particolare all’inizio del romanzo. E’ solo apparenza, però: lo sviluppo in realtà procede quasi al contrario rispetto a una morale illuministica. In Voltaire, Candido è un personaggio su cui l’autore fa accanire il destino per dimostrare che l’ottimismo non ha ragion d’esistere. In Dostojevskij, invece, l’idiota è la personificazione tangibile di qualcosa di più alto, addirittura una volontà divina, tanto che, secondo diversi critici, sarebbe addirittura una reincarnazione di Cristo.

Quella del principe è un’ingenuità nobile, dunque: egli è scevro dai pregiudizi che, invece, gli altri personaggi del romanzo considerano come verità innate, cui non si può sfuggire. Il principe si eleva al di sopra di questo senso comune un po’ meschino, barattando la sicurezza di una visione precostituita della società con una più libera, e più rischiosa, semplicità. Ne pagherà le conseguenze, per esempio quando l’eredità che inaspettatamente riceve diviene subito obiettivo di falsi amici e truffatori.

Tornando alla “questione femminile”, Dostojevskij la menziona esplicitamente (vedi p.324-325) e sull’argomento esprime una sensibilità maggiore rispetto a quella europea dell’epoca. La forte morale sociale che dominava l’Europa, e la sua letteratura, in quel periodo e che ancora sarebbe stata egemone per alcuni decenni, è in Dostojevskij molto meno presente. Penso alla descrizione che fa Zweig di questa morale di fine Ottocento e inizio Novecento (ne “Il mondo di ieri”) come di un costante ostacolo allo sviluppo della sessualità e di un elemento capace di cacciare nell’inconscio ogni spinta all’erotismo. I personaggi femminili nell’Idiota sono forti, volitivi, difficili, quasi, da immaginare costretti negli abiti che all’epoca vestivano le dame del romanzo europeo: prigioni di stoffa che rendevano uniformi le sembianze fisiche delle donne facendo da base per un’omologazione anche dei caratteri della personalità: “la donna (doveva essere) timida, ritrosa e sulla difensiva”, scrive Zweig (p.85). Caratteristiche che non si confanno certo alla volitiva Nastassija di Dostojevskij, che di “decoroso”, nel senso europeo dell’epoca, ha ben poco. Ma nemmeno alla giovanissima Aglaja quando, senza curarsi delle convenzioni, domanda al principe/idiota se abbia intenzione di chiederla in matrimonio (p.506). Un atteggiamento che scatena la confusione tra i presenti. Poco dopo si scopre che l’ha fatto per scherzo, anche se è davvero innamorata del principe.

La Prospettiva Nevski, la strada più famosa di San Pietroburgo

Alla fine della parte terza, la tensione narrativa è molto forte. Il principe ha letto le lettere di Nastassija ad Aglaja, e anche il lettore ne ha letto una parte: sono scritte come in uno stato di agitazione febbrile e con insolita veemenza. Ne segue un nuovo incontro tra il principe e Nastassija, in cui lei rivela ancora una volta il suo carattere eccessivo, così lontano dagli stereotipi femminili dell’epoca. Nastassija non riesce a rassegnarsi al destino che sembra scritto per lei: dopo l’abuso subito in gioventù era disonorata, alla mercé della società, ma lei cerca la propria strada e per questo, forse, viene spesso descritta come un personaggio quasi frenetico, poco razionale, addirittura come un’isterica. Ma lei non è poco razionale, anzi. E’ molto altruista, al punto da volere la felicità di Aglaja, figlia del generale che l’ha disonorata, e quella del principe.

In questo senso, se l’idiota è un rifiuto dei valori materiali in favore di quelli intellettuali o, meglio, ideali del protagonista, esso è anche -mi pare- un rifiuto degli stereotipi dell’epoca. Certo mi ha colpito, in assoluto, come alcune figure femminili siano emancipate, soprattutto se paragonate a figure analoghe nei romanzi italiani dell’epoca: sono donne di grande indipendenza e personaggi ben cesellati. Incontrano gli uomini da sole, hanno una vita autonoma, fanno tardi la sera, vanno a teatro. Comunicano, come fa Nastassija con Aglaja, addirittura scrivendole che l’ama, al di fuori delle convenzioni e del controllo familiare.

Insomma, mentre nella letteratura europea domina l’idealismo, Dostojevskij va in direzione opposta: verso il realismo. Un realismo che, però, è quasi una necessità da abbracciare a malincuore. Nell’idiota, infatti, più che in altre opere di Dostojevskij, una tendenza all’ideale c’è, ma rimane, appunto, una tendenza, un aspetto di una realtà più complessa.

“È vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la “bellezza”?” Chiede Ippolit al principe (p.378), un po’ curioso un po’ malizioso, come sapesse che quella del principe non è una riflessione credibile, ma una stramberia. Questa idea per cui la bellezza salverà il mondo non è espressa direttamente dal principe, ma riportata dalle parole di un altro protagonista che pare non capirla del tutto. E’ una frase entrata nella cultura contemporanea e che ormai ha poco a che vedere con Dostojevskij, nel senso che non viene più ricondotta a lui e forse qui c’è l’equivoco. Dostojevskij non sembra usarla in modo assertivo, ma quasi con un punto di domanda, con scetticismo. (su questa frase, interessante http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_1/20.htm). Come se, sì, fosse una possibilità, ma una delle tante che la realtà offre.

Un panorama di San Pietroburgo

Ben poco di idealista c’è, ad esempio, nelle pagine in cui, per gioco, i personaggi si sfidano a raccontare le azioni peggiori che abbiano compiuto, tra le quali c’è, per esempio, quella del generale Pticyn, che per una zuppiera insultò la vecchia padrona di casa senza accorgersi che stava morendo davanti ai suoi occhi (p.149-150).
Insomma, realismo psicologico. Nel senso che c’è un elevatissimo grado di introspezione dei personaggi. Non solo, Dostojevskij cita esplicitamente la psicologia (p. 407) e la assume come parte della sua fantasia, per esempio quando racconta del sogno di Ippolit, il rettile che vi compare, il terrore che lui prova, metafora della paura della malattia di cui soffre (p. 385-6).
E più avanti, per esempio, si legge:
“Ora la cosa si chiariva: certo, il principe Šč. aveva interpretato il fatto erroneamente, ma si era nondimeno avvicinato alla verità, aveva capito che lì sotto c’era un intrigo. (Può darsi, del resto, -pensò Lev Nikolaevic- che in cuor suo capisca perfettamente di che si tratta, ma non voglia palesare il suo pensiero e perciò dia apposta un’interpretazione errata).” (p.301)
Questa citazione è un esempio di come Dostojevskij sia in grado di rappresentare certi meccanismi del pensiero che poi saranno esplicitati dalla psicologia. Si inserisce, così, in un filone razionalista della letteratura occidentale che asseconda il formarsi della psicologia stessa e costituisce, credo, il terreno su cui si baserà Freud: ne faranno parte, in seguito, anche autori europei come Schnitzler, Musil, Walser.

Eppure la società che Dostojevskij descrive nell’Idiota rimane una società borghese, dunque che allo stesso tempo esprime e riproduce quei tabù che saranno poi espressi da Freud. Una società con dinamiche affettive quasi eccessive, sentimentale in modo egoistico perché ognuno -o quasi- dei personaggi ha come obiettivo la propria felicità, la propria realizzazione, quando non anche obiettivi più materiali come soldi o influenza. Rispetto a “Delitto e castigo”, l’Idiota è un romanzo molto più borghese, se non altro è molto più addentro a certe descrizioni della borghesia, con i suoi tipi umani di scarso valore. È solo in parte, però, una critica di questa borghesia, e lo è per lo più attraverso il personaggio del principe, anche se restano altre figure grottesche qua e là.

Per concludere, in un certo senso, l’Idiota è la storia di un fallimento. Se è vero, come dicono alcuni critici, che il principe rappresenta un’allegoria di Cristo e del suo ritorno sulla terra, allora è altrettanto vero che, per Dostojevskij, non c’è alcuna speranza per l’umanità, perché alla fine, nonostante tutto, il principe va incontro al fallimento: non sposa nessuna delle due donne bellissime di cui pare innamorato e che vorrebbe salvare. Insomma, alla fine non c’è spazio per quella bellezza che dovrebbe salvare il mondo, semplicemente il mondo non si salva.

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