Copertine di Furore Steinbeck

“Furore”, un capolavoro da riscoprire

Furore fu pubblicato il 19 aprile 1939. Dopo 80 anni è ancora attualissimo. Ecco, secondo me, perché.

1. E’ un libro che parla di giustizia (e di ingiustizia)

Per il volume collettivo Writers Take Sides (1938) della League of American Writers, Steinbeck scrisse:
“Sono abbastanza sovversivo da non credere nella libertà di un uomo o di un gruppo di uomini di sfruttare, tormentare o massacrare altri uomini o gruppi”.
Una citazione da ricordare quando si legge “Furore”, libro a tratti spietato, che racconta una realtà da cui non c’è scampo. Ma è la realtà, appunto, e dalla realtà, per definizione, non c’è mai scampo. Lo scopre la famiglia Joad, protagonista del romanzo, che dall’Oklahoma emigra in California.
I Joad sono vittima dell’illusione dell’epoca: vanno alla ricerca di un lavoro, invece li aspetta la disoccupazione. Troveranno condizioni di vita pessime, campi disordinati di tende in cui gli uomini si contendono impieghi come raccoglitori di cotone o pesche, a pochi centesimi l’ora. Se rifiuti un lavoro, c’è sempre qualcun altro pronto ad accettarlo pur di dare un tozzo di pane ai propri figli.
In questa America degli anni ’30 non c’è spazio per nessuna organizzazione sindacale. Ecco cosa dice a Tom un giovane uomo incontrato in un campo di lavoro:

“Servono tremila uomini nelle due settimane quando le pesche sono mature. Gli servono tutti nello stesso momento, sennò le pesche marciscono. Allora che fanno? Stampano quei volantini e li mandano pure all’inferno. Gli servono tremila uomini e ne arrivano seimila. E loro l’ingaggiano alla paga che vogliono. Se non ti sta bene, peggio per te: ce n’è mille pronti a raccogliere pesche per quella paga. E allora tu raccogli, raccogli, raccogli… e poi basta, fine. In quella zona c’è solo pesche. Maturano tutt’insieme. Quando l’hai raccolte, non c’è altro da raccogliere. In quella zona non c’è più un cavolo da fare quando hai raccolto le pesche. E i proprietari non ti vogliono tra i piedi. Tu e gli altri tremila. La raccolta è finita. Quelli come te rubano, si sbronzano, magari seminano zizzania. E poi siete brutti da vedere, colle vostre tende sudicie; e la campagna è bella, ma voi puzzate. Non vi vogliono tra i piedi. Allora vi fanno sloggiare, vi sbattono via. Ecco come funziona.” (p.261)

Chiunque provi a organizzare una qualsiasi forma di dissenso viene bollato come un “rosso”. Cosa vuol dire ricevere questo stigma, Steinbeck lo fa dire a un altro personaggio, Mr Hines, che nel capitolo 22 dialoga con un giovane:

“Un rosso è qualsiasi figlio di puttana che vuole trenta centesimi l’ora quando noi ne paghiamo venticinque!”. Allora il ragazzo ci pensa un po’ su, e si gratta la testa, e poi fa: “Cristo, signor Hines. Io non sono un figlio di puttana, ma se un rosso è questa roba qua… be’ , pure io voglio trenta centesimi l’ora. Tutti quanti li vogliono. Accidenti, signor Hines, siamo rossi tutti quanti”

Mr Hines è un piccolo proprietario costretto ad abbassare i prezzi e le paghe per via delle pressioni della Farmers Association. Uno dei diversi personaggi che Steinbeck usa per dare corpo all’ingiustizia.

L’ingiustizia che è anche alla base della povertà estrema nei campi di lavoro. Una buona descrizione è nel capitolo 20. Siamo in un campo a Hooverville, dove i bambini di altre famiglie sono senza cibo e Ma’ Joad finisce per dar loro alcuni avanzi, poche briciole. La scena è durissima.

“Allora, ” disse, “ora da bravi andate a cercarvi un pezzo di legno piatto, e io ci metto il bollito che resta. Ma non voglio zuffe.” Il gruppo si sciolse all’istante, in un silenzio di tomba. I bambini corsero a cercare i pezzi di legno, poi s’infilarono nelle rispettive tende e ne uscirono muniti di cucchiaio. Tornarono ancor prima che Ma’ avesse finito di ripartire i piatti, muti e famelici. Ma’ scosse la testa. “Non so come fare. Mica posso rubare alla famiglia. Devo dar da mangiare alla famiglia. Ruthie, Winfield, Al, ” gridò indispettita. “Pigliatevi i vostri piatti. Spicciatevi. Sotto la tenda, forza!” Guardò contrita i bambini in attesa. “Non ce n’è abbastanza, ” disse umilmente. “Ora metto la pentola lì così potete pigliarne tutti un pochettino, ma non aspettatevi chissà che.” Tolse la pentola dal fuoco e la posò per terra. “Aspettate. È ancora bollente, ” disse, poi si affrettò verso la tenda per non vedere. La famiglia era seduta per terra, ognuno con il suo piatto; e fuori si udivano i bambini armeggiare nella pentola con i loro legnetti e i loro cucchiai e i loro pezzi di latta arrugginita. Un grumo di bambini nascose la pentola alla vista. Non parlavano, non si azzuffavano o litigavano, ma in ciascuno di loro c’era una sorda risolutezza, un ferreo accanimento. Ma’si voltò di spalle per non vedere. “Non possiamo andare avanti così, ” disse. “Dobbiamo mangiare da soli.” Si udì il rumore della pentola raschiata, poi il grumo di bambini si sciolse e i bambini si allontanarono e lasciarono a terra la pentola raschiata. Ma’ guardò i piatti vuoti. “Mi sa che a nessuno di voi glien’è toccato abbastanza.” (p.272)

2. E’ un libro che critica il capitalismo, senza retorica

La critica al capitalismo è un elemento centrale in Furore, come si nota in diversi passaggi. Per esempio nella descrizione dei proprietari terrieri, al capitolo 5. I padroni, racconta Steinbeck, cacciano i coltivatori perché non ricavano abbastanza profitti dalla terra.

Alcuni dei delegati dei proprietari erano gentili perché non gli andava di fare quello che dovevano fare, altri erano arrabbiati perché non gli andava di essere spietati, altri ancora erano indifferenti perché da tempo avevano capito che non si può essere proprietari se non si è indifferenti. E tutti quanti erano presi in qualcosa che non riuscivano a controllare ” (p.48)

Insomma, la volontà individuale c’entra poco, scrive Steinbeck: sono tutti presi in qualcosa che non riescono a controllare, una forza maggiore.

Espressione di questa forza maggiore sono anche le banche: responsabili dell’espropriazione dei terreni dei contadini, investono in mezzi agricoli riducendo il bisogno di braccia umane e causando disoccupazione. Mentre un uomo può conservare la terra finché basta per mangiare e pagare le tasse, una banca non può, scrive Steinbeck:

“La banca… il mostro deve fare utili continuamente. Non può aspettare. Morirebbe. No, il profitto deve continuare. Se il mostro smette di crescere, muore. Non può restare com’è”. (p.49)

Questo perché la banca, per Steinbeck, è un’istituzione quasi disumana:

La banca è qualcosa di diverso dagli uomini. Tant’è vero che ogni uomo che lavora per una banca odia profondamente quello che la banca fa, e tuttavia la banca lo fa ugualmente. Credetemi, la banca è più degli uomini. È il mostro. Gli uomini la creano, ma non possono controllarla”.

E come le banche, anche gli uomini che compaiono nei campi in questa fase, sono rappresentati in modo disumano:

L’uomo seduto sul seggiolino di ferro non sembrava un uomo; indossava guanti, occhiali protettivi e una maschera di caucciù che copriva il naso e la bocca: era una parte del mostro, un robot sul seggiolino. (p.52)

Questi passaggi suonano realistici e contemporanei, e riflettono senza fronzoli sul capitalismo e le sue miserie, il suo essere astrattamente disumano.
Tom e Casey alla ricerca della famiglia Joad, che è andata a raccogliere cotone sperando di guadagnare per potersi comprare un’auto, incontrano Muley, vecchio amico che sembra sull’orlo della follia, cui è stato portato dalla situazione invivibile della terra e dice:

Cosa si sono pigliati per mettere al sicuro il loro ‘margine di profitto’? Si sono pigliati Pa’ che moriva per terra, e Joe che faceva il suo primo strillo, e io che scalciavo come un caprone sotto una siepe quella notte. Cosa gli è venuto in tasca? Dio lo sa che questa terra non vale niente. È da anni che nessuno riesce a farci un raccolto decente. Ma quei figli di puttana seduti nei loro uffici hanno solo tagliato a metà la gente per il loro margine di profitto. L’hanno tagliata a metà, proprio così. La gente è il posto dove vive. E la gente non è più intera se l’ammucchi in una macchina e la mandi da sola chissà dove. Non è più viva. Quei figli di puttana hanno ammazzato la nostra gente.” E tacque, con le labbra sottili che ancora si muovevano, il petto che ancora ansimava. Si sedette e si guardò le mani alla luce del fuoco. “

Muley è traumatizzato. È il trauma di una distruzione, quella della sua terra, dell’annientamento della sua vita, della solitudine dopo la morte dei suoi cari. È come se parlasse dopo una guerra, come fosse l’unico sopravvissuto a un’invasione, non straniera ma nemica, perché guidata da persone con interessi opposti ai suoi. Il trionfo di questi interessi è la disintegrazione della comunità in favore dell’individualismo. Chi rimane nella Dust Bowl è disposto a mettersi alla guida di un trattore per distruggere le case degli altri: mors tua vita mea, la tua morte è la mia vita.

3. E’ un libro che parla di immigrazione in modo universale

Furore è un racconto straordinario per capire lo sradicamento di chi emigra ma anche l’ostilità di chi vive nei territori d’immigrazione. Ecco la voce degli abitanti, prima che lascino la propria terra alla volta della California:

” Come sarà non conoscere la terra che c’è fuori dalla porta? Come sarà svegliarsi in piena notte e sapere… e sapere che il salice non c’è? Si può vivere senza il salice? No, no che non si può. Il salice sei tu. Il dolore su quel materasso lì – quel dolore atroce – sei tu.”

Un ritratto dell’America che si muove, e che passa anche per la mitica Route 66, che Steinbeck in Furore descrive così:

La Route 66 è la principale strada migratoria. La 66, lungo sentiero d’asfalto che attraversa la nazione, serpeggiando dolcemente su e giù per la carta, dal Mississippi a Bakersfield, attraverso le terre rosse e le terre grigie, inerpicandosi su per le montagne, superando valichi e planando nel deserto terribile e luminoso, e dopo il deserto di nuovo sulle montagne fino alle ricche valli della California. La 66 è il sentiero di un popolo in fuga, di chi scappa dalla polvere e dal rattrappirsi delle campagne, dal tuono dei trattori e dal rattrappirsi delle proprietà, dalla lenta invasione del deserto verso il Nord, dai turbinosi venti che arrivano ululando dal Texas, dalle inondazioni che non portano ricchezza alla terra e la depredano di ogni ricchezza residua. Da tutto ciò la gente è in fuga, e si riversa sulla 66 dagli affluenti di strade secondarie, piste di carri e miseri sentieri di campagna. La 66 è la strada madre, la strada della fuga. “

Nel viaggio per un nuovo futuro si incontra l’essenza di questa America, in cui on the road non c’è una sola famiglia: ce ne sono centinaia, anzi, intere regioni degli Stati Uniti. E gli stessi Joad se ne rendono conto:

“Tom, ci sono centinaia di famiglie come noi che vanno all’Ovest. Ho guardato bene. Non ce n’è manco una che va all’Est… Centinaia. L’hai visto?”
“Sì, l’ho visto.” “Be’… è come… è come se scappano via da una guerra. È come se si sposta un paese intero.”

Per questo la speranza nel futuro si fa, via via, più flebile. Ma non scompare. Nemmeno quando si trovano a combattere con l’ostilità di chi vive in California, nelle terre dove loro vogliono insediarsi, e dove vengono chiamati, dispregiativamente, “Okies”, perché vengono dall’Oklahoma o dalle aree intorno:

“Gli Okie? Sono tutti dei disperati.”
“Cristo, io non me la fiderei a passare il deserto con un catorcio come quello.”
“Be’ , tu e io abbiamo il cervello. Quei maledetti Okie non hanno cervello e manco cuore. Non sono esseri umani. Un essere umano non ce la farebbe a vivere come loro. Non ce la farebbe a vivere con quella sporcizia e quella miseria. Quelli mica sono tanto meglio delle scimmie.” (p.236)

Un’altra perfetta descrizione c’è nel capitolo 21 di Furore, dove si parla di immigrazione e di come i proprietari terrieri siano spaventati da quel “the flare of want in the eyes of the migrants”: quella scintilla di bisogno negli occhi dei migranti.

“Quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà. E su quest’ultima cosa avevano ragione, perché come può un uomo senza proprietà conoscere l’ansia della proprietà? E i difensori dissero: Sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli?” (p.297-298)

Ma la ricerca della terra è insita nell’essere umano, sembra suggerire Steinbeck, nella sua stessa natura, e infatti gli Okies non sono che gli ultimi in una lunga serie di migranti che si sono impossessati di queste terre, che prima appartenevano al Messico, e poi prese dagli americani, affamati. (Capitolo 19)

4.E’ un libro spietato ma lascia speranza

Per capirlo basta leggere questo brano di Furore:
L’ultima funzione chiara e distinta dell’uomo: muscoli smaniosi di lavorare, cervelli smaniosi di creare al di là del singolo bisogno – ecco cos’è l’uomo. Costruire un muro, costruire una casa, una diga; e in quel muro, in quella casa, in quella diga mettere qualcosa dell’Uomo, e in cambio prendere per l’Uomo qualcosa di quel muro, di quella casa, di quella diga: prendere i muscoli d’acciaio dal faticare, prendere le linee e le forme nette dal progettare. Perché l’uomo, diversamente da ogni altra cosa organica o inorganica dell’universo, cresce al di là del suo lavoro, sale i gradini delle sue idee, va oltre il limite dei suoi risultati. ” (p.165)

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