Brevissimo diario badiota

Riflessioni sulla Val Badia, in Alto Adige

badiota: nativo della Val Badia.

Sono arrivato qui con Charlotte a fine aprile, per la sua supplenza nella scuola media inferiore Tita Alton, di La Villa. Lei ha trovato un appartamento nel residence Medesc. Qui tutti i nomi hanno un suono familiare, ma a guardarli più da vicino sono sconosciuti: non sono né tedeschi né italiani, sono ladini.

Alla Val Badia si può arrivare da due lati, perché non è una valle chiusa, ovvero, che finisce con le montagne. Per raggiungerla, si può scavalcare il passo Gardena oppure, dal basso, percorrere la Val Pusteria. Non so perché, ma mi sembra che un lato sia l’inizio e l’altro sia la fine, benché una valle non abbia uno specifico senso di percorrenza se non, volendo, quello di un fiume. Ha un’ampiezza molto variabile, la Val Badia: i fianchi delle montagne che la racchiudono, comunque, rimangono sempre ben presenti.
E si vede bene, percorrendola, il tessuto di piccole imprese che costellano l’Alto Adige. Capannoni di ditte familiari o quasi, furgoncini che portano il cognome, per lo più ladino, di qualcuno che produce forniture per l’agricoltura o l’edilizia. E poi il turismo, ovviamente. Qui è l’attività economica principale. Questa forma di ospitalità che è, però, così distante dall’accoglienza.

Il consiglio comunale di Corvara ha deciso di non ospitare profughi, votando contro l’adesione allo Sprar, il servizio centrale per il sistema di protezione richiedenti asilo.  Eppure il Comune è uno di quelli con un reddito medio più alto, 28mila euro circa, come segnala uno studio dell’Ipl, istituto promozione lavoratori. A Badia, invece, è stato il consiglio pastorlae a dire di no: la canonica della frazione di La Villa non verrà usata per ospitare profughi.

Un cigno nel lech da Sompunt, in Val Badia
Un cigno nel lech da Sompunt, in Val Badia

Va a gonfie vele, invece, il turismo, che  si basa su strutture ben costruite e stabilite, di alta qualità e costo altrettanto elevato, che hanno reso anche questa valle una meta richiesta, soprattutto d’inverno e d’estate, meno in primavera. In questo maggio piovoso, ferve comunque l’attività: è il periodo in cui vengono allo scoperto occupazioni e mestieri che i turisti non vedono. Si ampliano costruzioni, si gettano le fondamenta di nuovi edifici, si ristrutturano i vecchi: la strada è parzialmente interrotta al centro di La Villa, frazione del Comune di Badia, perché vi stanno costruendo dei nuovi chalet. In primavera, qui, si seminano i germogli dei posti letto che porteranno frutti nelle stagioni successive. Quando arriveranno i turisti, non ci saranno più ruspe e scavatrici in azione, ma solo facciate in legno adorne di fiori, come in una messinscena in cui, stagionalmente, il territorio si cambia d’abito, si finge, lievemente, e per necessità, quello che non è davvero. I turisti troveranno prati verdi d’estate e piste bianche d’inverno, poco conta quale sia il regime di precipitazioni che ci attende: qui ci sono buoni impianti di innevamento artificiale, o programmato, come i gestori preferiscono chiamarlo, per farlo apparire più naturale. Rimane un certo pudore nello sfruttamento del suolo che si riverbera in questi tabù linguistici, in questa attenzione a mostrarlo più puro di quanto non sia: i gerani alla finestra di una casa ampliata grazie a una nuova legge urbanistica che prevede più cubatura. E’ innegabile, però, che alla base ci sia un amore per il proprio territorio, del resto, non fosse così, non ci sarebbe bisogno di fingere. E’ soprattutto un amore per l’ambiente che, però, non è necessariamente un amore per la natura. Quest’ultima sarebbe infatti disordine, assenza di controllo, mentre quando parlo di ambiente intendo quello addomesticato dall’uomo, in modo molto preciso.

Il fiume Gadera
Il fiume Gadera che dà il nome alla Val Badia in tedesco

Qui, nella Val Badia, fa parte di ambiente e natura anche il fiume, che collega La Villa e Badia, due spicchi dello stesso Comune. Il Rio Gadera, in questi giorni di maggio è più energico per le piogge e la neve che si scioglie. Ha un corso frastagliato, si piega in anse tra le pareti della valle, in alcuni punti molto strette.
La Villa e Badia non sono altro che manciate di case lungo una strada di collegamento su cui scorrono, veloci, le auto. E così nei tratti in paese si sente l’inquinamento e camminarvi non è piacevole: è più che altro una necessità, quando si deve andare, per esempio, a comprare il pane o al supermercato.
Paragonando questi luoghi ad altri d’Italia, è scontato notare l’ordine. Lungo il fiume che attraversa la valle gli argini sono ben tenuti, le piante sembrano essere state potate o curate in modo da non interferire troppo con il corso dell’acqua. Altrove, e non solo in Campania, le cui campagne conosco meglio, ma anche in Toscana, per esempio, c’è una certa trascuratezza delle zone meno battute che rende il terreno, il paesaggio, meno esattamente gradevole all’occhio. E’ la natura, troppo grande per essere controllata interamente dall’uomo: c’è sempre un brano di campagna che sfugge e si fa incolto, forre irte di more tra un campo e l’altro, l’argine di un ruscello lievemente franato o piante che si sovrappongono, il fogliame confuso. Non qui in Alto Adige. Qui la campagna quasi non c’è: dove c’è spazio, ci sono appezzamenti coltivati e le aree verdi comuni sono raramente in disuso: c’è sempre, almeno, qualcuno che vi passa. Sono le caratteristiche di un paesaggio in cui l’uomo ha preso il più possibile alla montagna, ottimizzando la propria presenza nell’arco dei secoli. Il risultato è l’ordine di oggi, quell’ordine per cui il corso del rio Gadera, pur frastagliato, è tuttavia ben controllato. I prati della valle all’altezza di La Villa, in alta Val Badia, sono pure ben curati, su numerosi appezzamenti riluce il giallo del tarassaco, il dente di leone. Il fiume, dall’alto, non si vede neanche più, scompare.  Qui, come in altre valli, non ha più funzione di limes: non è un confine. Limes, infatti, è idea che si adatta a una cartina geografica ben distesa, in cui un corso d’acqua possa evidentemente separare due elementi diversi, due Paesi o due regioni. In una valle, la cartina non è piatta ma tridimensionale. Il fiume non taglia in due ma si innesta, soltanto, in un’altra dimensione geografica, e l’accompagna. Eppure la dimensione della valle altro non è che un aspetto del fiume, perché è dal suo scorrere che deriva e dunque ne è uno specchio, un’estrema conseguenza.
Ci si dimentica, quasi, che la valle in tedesco prenda il nome dal Gadera. E del resto in italiano non è così. Una differenza di prospettive: la Gadertal in italiano è val Badia. Per capire, ci si deve inerpicare per la toponomastica, disciplina che in Alto Adige è da sempre terreno di battaglia. Italianizzazione, è la prima parola che viene in mente: il processo che si verificò durante il fascismo e per cui per molti nomi tedeschi si trovò, o creò, un equivalente italiano. Un compito che Mussolini affidò a Ettore Tolomei.

Lo stesso fiume che attraversa la valle ha, dunque, nomi diversi: in tedesco è Gader, reso con l’italiano Gadera, mentre in ladino è “la grande Ega”, cioè la grande acqua. Quest’ultimo nome dà subito l’idea del contesto: non un fiume qualsiasi, ma la grande acqua, la più grande, magari, che gli abitanti della valle avessero visto in vita loro. E, invece, non è che un fiume di medie dimensioni, mi dice un amico, ingegnere ambientale.
La valle, invece, in italiano prende il nome da Badia, che deriverebbe da abbazia. Il riferimento è a quella di Sonnenburg,a Brunico. Fu da lì che partì la spinta a colonizzare quest’area tra le montagne, già nel 1300.
Luoghi piccoli, che a volte paiono avere anche una piccola storia, l’unica, forse, che si può sviluppare tra  i costoni delle montagne, in una valle. Braudel, nel suo Mediterraneo, racconta come questo mare che prima era il centro del mondo, sia passato nel 1600 a essere solo un elemento geografico tra tanti, superato, per importanza, dall’Atlantico e conquistato, gradualmente, dai popoli del Nord, inglesi, prima e soprattutto, e poi olandesi. Questa valle, invece, queste valli, non sono mai state al centro di un mondo unitario. Al massimo sono state gli ultimi rami di una realtà più grande, come in passato avvenne con l’impero asburgico e, forse, in parte come avviene anche ora, che sono parte dell’Italia. Ogni valle è, però, per sé, il centro di un piccolo mondo unico. Ogni valle è un frammento, i fiumi non sono navigabili, per millenni ci si è spostati con difficoltà. Non c’è un elemento geografico che unifichi in modo concreto, come la superficie del Mediterraneo, solcata continuamente, per millenni, da navi che portavano la cultura da un porto all’altro. La montagna è, sì, un tratto in comune, ma non un tratto che unisce: si declina in ogni villaggio in modo diverso e ha tante coniugazioni quante sono le cime. E così avviene che, a distanza di pochi chilometri, si solidifichino lingue e dialetti diversi: l’italiano è diverso dal tedesco, che è diverso dal ladino e quest’ultimo, a sua volta, si suddivide ancora in varietà differenti, tra queste, il badiota.

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